A cura di Renata Allio

LA VOCE DELL'OPERAIO

BOLLETTINO DELLE ASSOCIAZIONI CATTOLICHE OPERAIEITALIANE

  • Codice Scheda: 8020
  • Anno di fondazione: 1883
  • Anno di cessazione: 1933
  • Scheda precedente:
  • Scheda successiva: 8037
  • Altezza :39.00
  • Base: 29.00
  • Pag. arabe:
  • Da:
  • A:
  • Pag. romane: 4
  • Genere: Stampa religiosa
  • Altro genere:
  • Periodicità: Mensile
  • Prezzo:
  • Moneta: Non definito
  • Tiratura: 28000
  • Nell'anno: 1925
  • Area di diffusione:
  • Lingua: Italiano
  • Supplementi:
  • Sito internet:
  • Indice:
  • Editore:
  • Luogo di edizione: TORINO
  • Provincia: Torino
  • Tipografia :SAN GIUSEPPE DEGLI ARTIGIANELLI
  • Luogo di stampa: TORINO
  • Continua :
  • Persone

  • GERENTE: ACCOMASSO FELICE
  • GERENTE: ALLISISARDI GIUSEPPE
  • DIRETTORE: CASALIS ERNESTO
  • Variazioni titolo

  • Data variazione: 1933
  • Titolo: LA *VOCE DEL POPOLO

  • Variazioni sottotitolo

  • Data variazione: 1897
  • Sottotitolo: Corriere domenicale per il Popolo

  • Data variazione: 1895
  • Sottotitolo: Corriere domenicale per il Popolo. Organo della Federazione Cattolica Operaia piemontese

  • Data variazione: 1891
  • Sottotitolo: Bollettino delle Associazioni Cattoliche Italiane

  • Variazioni formato

  • Data variazione: 0
  • Altezza: 49
  • Base: 31

  • Variazioni numero di pagine

  • Data variazione: 0
  • Pagine: 2
  • Variazioni della frequenza di pubblicazione

  • Data variazione: 1887
  • Frequenza: Quindicinale
  • Data variazione: 1895
  • Frequenza: Settimanale
  • Variazioni della tipografia

  • Data variazione: 1927
  • Tipografo: LA SALUTE
  • Luogo stampa: TORINO

  • Biblioteca principale:

  • BIBLIOTECA CIVICA DI SALUZZO
  • Inizio: 1910
  • Fine: 1912
  • Note:

  • Archivio: ARCHIVIO CENTRALE GIUSEPPINO, ROMA
  • Repertorio: CCPBP;ESMOI
  • Fondo privato:
  • Microfilm / Scansione:
  • Archivi digitali:
  • Cataloghi online:
  • Note aggiuntive

  • LA VOCE DELL'OPERAIO

    Il giornale nacque nel 1876 come foglio di collegamento tra i soci dell'Unione Operaia Cattolica (UOC) di Torino, un'associazione sorta cinque anni prima nel capoluogo subalpino. All'inizio ci furono due numeri sperimentali nei mesi di aprile e maggio, seguiti, nel giugno 1876, dal primo numero ufficiale, le cui 400 copie di tiratura furono distribuite tutte tra gli iscritti all'UOC. Si intitolava «Unioni Operaie Cattoliche» ed era probabilmente il primo giornale operaio cattolico italiano (v. il n. 1, a. I, giugno 1876: riferimento fotografico).

    Il fondatore era Domenico Giraud (v. nota e riferimento fotografico), un impiegato iscritto all'Unione Operaia Cattolica, della quale era uno dei più attivi esponenti. Il mensile veniva stampato nella Tipografia del Collegio Artigianelli di Torino, il cui rettore era il teologo Leonardo Murialdo (v. nota e riferimento fotografico), assistente ecclesiastico del Comitato promotore dell'UOC.

    Il giornale conteneva articoli di formazione religiosa e di carattere storico-apologetico, notizie sulla vita dell'UOC a livello centrale e nelle singole sezioni, avvisi, cronache su società operaie cattoliche in Italia e all'estero... La sua linea politica era quella di un intransigentismo più vicino alle correnti moderate che a quelle estreme, anche se i toni talvolta erano violenti e le argomentazioni semplicistiche, specialmente nei primi anni.

    Col tempo il giornale riuscì ad elevare il suo livello contenutistico: l'opposizione al socialismo si fece più posata e più ragionata, aumentarono di numero e soprattutto di qualità gli articoli di approfondimento sulla questione sociale e sulle iniziative per farvi fronte (cooperazione, credito, legislazione sociale...), crebbe l'attenzione (per quanto critica) alla politica nazionale e alle vicende amministrative del comune, si arricchirono le corrispondenze dai paesi, anche non piemontesi, mentre la «Nota agricola» recava interessantissimi consigli per i contadini e la «Rivista commerciale» informava sui mercati e sull'andamento dei prezzi.

    Da mensile a settimanale

    Nel 1883 il bollettino assunse una nuova testata, che sarà poi coronata da un innegabile successo: «La Voce dell'Operaio» (v. il n. 2, a. VIII, 1° luglio 1883: riferimento fotografico). Dietro il cambiamento del titolo c'era soprattutto il suggerimento di san Leonardo Murialdo, il quale intendeva favorire la diffusione del periodico nel ceto operaio, ben oltre la cerchia degli iscritti all'Unione Operaia Cattolica. A partire dal 2 gennaio 1887 il foglio dell'UOC si trasformava in quindicinale mentre Giraud continuava a stendere personalmente la maggior parte degli articoli e delle notizie.

    Il passaggio a settimanale, avvenuto a partire dal 6 gennaio 1895 (v. il n. 1, a. XX, 6 gennaio 1895: riferimento fotografico), portò con sé la necessità di costituire in modo più stabile un gruppo di redazione, in pratica quattro-cinque persone: Giraud, il giuseppino don Eugenio Reffo, Pietro Quirino (anch'egli giuseppino), il prof. Camillo Novarese e poi, al posto di quest'ultimo, il prof. Evasio Franchi (v. nota e riferimento fotografico).

    Il giornale aveva progressivamente aumentato il suo formato e il numero delle colonne. Il 15 marzo 1896 apparve il primo disegno, seguito a breve distanza dai «pupazzetti», le vignette suggerite in genere da don Reffo e illustrate da suo fratello, il pittore Enrico, o da qualche allievo della scuola di pittura del Collegio Artigianelli.

    Da Giraud ai Giuseppini

    Col tempo «La Voce» allargò il raggio dei suoi lettori oltre le sezioni dell'UOC e anche al di fuori delle società operaie cattoliche dei vari paesi del Piemonte. Intanto però si era reso necessario un passaggio di mano, visto che Giraud, ammalato e in via di peggioramento, non era più in grado di redigere e di dirigere il giornale che, il 12 novembre 1901, una ventina di giorni prima della morte del suo fondatore, venne ceduto alla congregazione dei Giuseppini.

    Si entrava così in una nuova epoca. Per i contenuti il giornale si appoggiava soprattutto su don Reffo (v. nota e riferimento fotografico), che ne era il direttore effettivo fin dall'inizio del 1901. Responsabile della parte tipografica e amministrativa era Pietro Quirino. Don Reffo riservava a sé tematiche di carattere religioso, apologetico, formativo. A Reffo e a Quirino occorre accostare anche un'altra figura benemerita della «Voce» e del movimento cattolico agrario piemontese: Guido Blotto (v. nota e riferimento fotografico), estensore della rubrica dedicata all'agricoltura, nella quale l'agronomo giuseppino insegnava ai contadini le norme migliori per la coltivazione, per l'allevamento, per la vinificazione e per quant'altro fosse utile ad un razionale e redditizio lavoro agricolo.

    Il primo conflitto mondiale recò con sé un periodo di gravi e prolungate difficoltà: il giornale si era dichiarato ostile alla guerra, ma dopo l'intervento italiano si era lealmente allineato alle posizioni governative. Nonostante questo, subì spesso la censura parziale o totale di vari suoi articoli, specie quando toccavano temi come la crisi agraria, interpellanze al governo, richieste di maggiore giustizia sociale...

    Continuava però la crescita a livello di diffusione e di tiratura: dalle 400 copie del 1876, si era passati alle 1.300 del 1881, alle 2.200 del 1886, alle 4.000 del 1891, alle 5.000 del 1895, alle 11.000 del 1898 e alle 23.000 del 1911.

    Posizioni critiche verso il fascismo

    Nel corso del 1921 «La Voce» non mancò di dare notizia delle continue violenze fasciste, degli scontri con i socialisti, delle offese, verbali e fisiche, a esponenti del movimento cattolico, deplorando le aggressioni, da qualunque parte venissero.

    Per nulla tenera contro i «pescecani dell'industria» che si erano arricchiti durante la guerra, «La Voce», passato il conflitto mondiale, individuava negli agrari, «i pescecani dell'agricoltura», coloro che finanziavano le squadre fasciste, i «nemici delle organizzazioni e soprattutto di quelle bianche» («La Voce dell'Operaio», a. 46, n. 32 del 7 agosto 1921, p. 1).

    Il settimanale affidò generalmente ad Alessandro Cantono (v. nota e riferimento fotografico), sacerdote e giornalista, il compito di prendere posizione nei riguardi del fascismo. Egli coglieva l'origine del fascismo nella scontentezza e soprattutto nei germi di violenza seminati dalla guerra e ne individuava la natura reazionaria, elitaria e antidemocratica al di là delle declamazioni populistiche. Nei giorni della marcia su Roma, Cantono formulò sulla «Voce» del 29 ottobre 1922 il suo pensiero sulla totale incompatiblità tra cristianesimo e fascismo, del quale egli stigmatizzava la violenza, l'esagerato nazionalismo, lo spirito antidemocratico, il comportamento ambiguo nei confronti della religione e della Chiesa.

    Formato il nuovo governo, forse anche perché vi erano entrati due popolari, «La Voce» si rivelò più cauta e si collocò su posizioni di attesa, manifestando anche in seguito un atteggiamento incerto circa la posizione da assumere. All'inizio del 1923 il giornale giudicava positivamente il progetto di Gentile di rendere obbligatorio l'insegnamento della religione nelle scuole, ma deplorava che ancora continuassero le violenze fasciste, che non ci fosse libertà di riunione e di propaganda, che lo Stato volesse porsi come «educatore supremo». E nel mese di marzo, un notevole articolo del solito Cantono ammoniva a non lasciarsi ingannare dallo spiritualismo fascista, che non era cristiano, ma idealista. Del fascismo Cantono faceva inoltre notare il nazionalismo pagano, «adoratore della forza, incubatore di nuove guerre e di nuovi disastri» e deplorava la sua azione volta all'eliminazione delle libertà costituzionali e civili («La Voce dell'Operaio», a. 49, n. 1 del 6 gennaio 1924, p. 1).

    Col tempo il settimanale fu costretto a smussare i toni, a causa delle restrizioni alle libertà di stampa imposte dal regime, soprattutto dopo il delitto Matteotti (10 giugno 1924) e più ancora in seguito all'attentato a cui il Duce era sfuggito, a Bologna, il 31 ottobre 1926.

    I pesanti condizionamenti del regime e il cambiamento di testata

    Ma questo non bastò. Molti giornali furono soppressi e anche «La Voce dell'Operaio» incappò in una sospensione, dalla metà di novembre 1926 fino alla fine dell'anno. Era l'inizio di un periodo critico che faceva seguito a quella che era stata una delle epoche di maggior diffusione del giornale. Nel 1925 «La Voce» aveva una tiratura di oltre 28.000 copie e sembra che in un altro periodo, non precisato dalle fonti, il settimanale sia arrivato a stampare 33.000 copie.

    Il provvedimento governativo intimorì i responsabili della Tipografia degli Artigianelli e «La Voce» fu dunque costretta ad emigrare altrove: i Giuseppini provvidero ad aprire un'altra tipografia, presso il santuario di Nostra Signora della Salute, dove il settimanale fu stampato a partire dal numero del 16 ottobre 1927.

    Qualche anno dopo, con il n. 21 del 21 maggio 1933, avvenne il cambio di testata: «La Voce dell'Operaio» divenne «La Voce del Popolo», con il sottotitolo di Settimanale Cattolico (v. il n. 21, a. LVIII, 21 maggio 1933: riferimento fotografico). Non si hanno informazioni precise sulle motivazioni che determinarono questa decisione. Sembra che si sia trattato di un'imposizione da parte del prefetto o comunque di una scelta dettata da motivi di prudenza, visti i tempi e dato che il vecchio titolo pareva quasi avere una coloritura socialista. La linea di non opposizione al fascismo, intrapresa dopo la sospensione, era la strada obbligata per evitare la soppressione, ma si trasformò col tempo in adesione al regime, dapprima cauta e poi progressivamente più convinta. Fin verso il 1930 e sostanzialmente fino al 1933, cioè fino a quando cambiò testata, «La Voce» non cadde tuttavia in un'esaltazione sguaiata del governo, del quale lodava i provvedimenti favorevoli alla Chiesa, ma presentava in modo abbastanza distaccato riforme legislative e sociali, rifugiandosi non di rado in argomenti di carattere religioso e formativo, com'era giocoforza allora per molti fogli cattolici. Il periodo successivo, quello della nuova testata, non è ancora stato studiato in modo approfondito: è dunque difficile esprimere su di esso giudizi sufficientemente fondati circa i contenuti e le tendenze di quegli anni.

    Bibliografia: Giovenale Dotta, «La Voce dell'Operaio». Un giornale torinese tra Chiesa e mondo del lavoro (1876-1933), (Studia taurinensia, 22), Effatà, Cantalupa (TO), 2006.

    Giovenale Dotta

    LA PUBBLICAZIONE VENNE SOSPESA DA META' NOVEMBRE A FINE DICEMBRE 1926

    TIRATURA: IN DATA IMPRECISATA IL SETTIMANALE E' ARRIVATO A STAMPARE 33.000 COPIE

    GERENTI: ALESSANDRI,GIUSEPPE;BENZI,LUIGI;OLLIVERO,CARLO;MUSSO,GIOVANNI;QUIRINO,CESARE;BERTUCCI,EDOARDO LE ANNATE 1903,1923 SONO SCOMPLETE MANCANO LE ANNATE I-VIII

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